AstraZeneca: se abbiamo paura è perché tutto funziona

AstraZeneca

La diffidenza nei confronti di AstraZeneca è il risultato di un cortocircuito nei sistemi di informazione. Ma questo non è necessariamente un male 

Le recenti polemiche su AstraZeneca dovute alla scoperta di casi di trombosi ed altre complicazioni post vaccinali sono la prova del fatto che viviamo in una società dove, fondamentalmente, si è compiuto l’obiettivo di rendere la scienza alla portata di tutti.

Ma cosa implica la partecipazione attiva dei cittadini ad una discussione tanto importante? Dovrà, quantomeno, emergere una riflessione: fino a che punto ha senso assecondare l’opinione pubblica? 

La vicenda parte da una constatazione di senso comune. Ogni prodotto medico, dall’aspirina a qualsiasi vaccino, può risultare non efficace, o addirittura dannoso. Questa semplice constatazione dovrebbe bastare per calmare qualche animo. Vero, se solo non vivessimo in un’epoca inaspettatamente afflitta da un gap nella capacità di reperire informazioni precise e attendibili. Un paradosso fastidioso, ma necessario.

AstraZeneca nella società dell’informazione 

È vero che, con appiglio sociologico, potremmo considerare raggiunto l’obiettivo di accesso (quasi) universale alle fonti di informazione. Già Alain Touraine lo indicava tra le conseguenze fondamentali del passaggio alle comunità di tipo post-industriale. Globali, terziarizzate e – appunto – informate. Ma è altrettanto vero che l’esasperazione di questa dipendenza dall’informazione, se non regolamentata, porta a conseguenze significative. 

La necessità di essere sempre informati su tutto nasce da un timore legittimo. Vedere ripetersi, sotto gli occhi di pochi e senza le necessarie prese di posizione, gli orrori del passato (primo su tutte la shoah). Da allora, quello dell’informazione è stato il mantra dominante. Dobbiamo sapere tutti, nel più breve tempo possibile, cosa accade dell’altra parte del mondo.  

Se oggi questo ci sembra tanto naturale e scontato, è perché nei decenni scorsi l’infrastruttura delle telecomunicazioni si è sviluppata a livelli impressionanti. Se a questo aggiungiamo la presenza sempre più pervasiva del mondo digitale, abbiamo potenzialmente accesso a una mole di informazioni ineguagliabile. 

Informarsi non è semplice 

Ed è proprio questo sovraccarico informativo che produce quello che possiamo tranquillamente definire come paradosso dell’informazione. Da una parte abbiamo accesso ad un’infinità di documenti. Dall’altra, non sempre abbiamo strumenti e capacità adeguate a trovare le informazioni giuste nel marasma di contenuti a cui internet ci consente di accedere. Non sempre chi riporta una notizia lo fa in maniera oggettiva e disinteressata. Non sempre si riportano informazioni complete e veritiere. La convenienza politica o economica, o più semplicemente le capacità e i valori di chi scrive, sono talmente eterogenei da garantire raramente l’imparzialità.

In altre parole: se non si ha una adeguata conoscenza del mondo digitale e di quello degli stessi media, è complicato capire se fidarsi delle informazioni. Come sapere se è meglio quel particolare sito online sito o di quell’altro? E se aggiungiamo l’evidente divario nella disponibilità stessa delle tecnologie che si manifesta soprattutto al Sud e tra le fasce meno giovani (in Italia il 12% della popolazione non ha accesso alla banda larga), questo crea il terreno più fertile per il proliferare della disinformazione. È proprio su questo humus che fioriscono fake news e manipolazioni, spesso con intenti di propaganda politica.  

AstraZeneca: un po’ di dati 

E proprio questo è successo con l’affaire AstraZeneca. Per quanto riguarda il vaccino prodotto dalla multinazionale anglo-svedese, i casi di coaguli potenzialmente collegabili sono in tutto 86. Di questi, 62 sono trombosi celebrali, 24 invece localizzati nella vena splancnica.

Tra questi, solo 18 sono deceduti a seguito di complicazioni. Il totale delle somministrazioni di questo vaccino è di 25 milioni. Quindi, un caso ogni 100.000 somministrazioni. Un numero relativamente basso, se rapportato a quello di altre casistiche riguardanti farmaci ben più comuni; la pillola anticoncezionale, ad esempio, produce coaguli su 40-50 donne ogni 100.000 utilizzi. Proprio quel principio di proporzionalità accettabile, si dice, in nome della scienza. 

La gente rifiutava di vaccinarsi. E questo ha portato, per il caso italiano, alla prima sospensione da parte da parte dello stesso governo Draghi, alla quale l’Aifa ha dovuto aderire. Come spiegato in questo articolo, l’effetto domino è partito dalla Germania, dove “una delle agenzie regolatorie ha osservato che c’era una concomitanza di casi simili di trombosi dopo il vaccino”. Da lì c’è stata una campagna di allineamento europeo, con poche eccezioni (Austria e Paesi Bassi). 

Ma più che una vera necessità di sospensione, questa mossa sembra un modo educato per accontentare l’opinione pubblica. La stessa che, giustamente, chiede la maggior sicurezza possibile se deve farsi iniettare una sostanza, checché se ne dica, ancora poco conosciuta. 

L’ok dell’EMA e dell’Aifa 

A dimostrazione di questo, tra marzo e aprile si sono susseguite decine di dichiarazioni, da più fronti, sulla sicurezza del vaccino AstraZeneca. E questo, ora, ci consente di sentirci più sicuri. Abbiamo prontamente sollevato dei dubbi, e altrettanto prontamente ci hanno risposto e rassicurato

A partire dall’EMA, passando per l’Aifa, le agenzie ed i governi si sono preoccupati di far prevalere il messaggio che sottolinea l’efficacia e la bassissima probabilità di avere effetti negativi dall’iniezione della versione anglo-svedese della soluzione al male del secolo. E se questo ci aiuterà a venire fuori più in fretta, non sarà stato tempo perso.

Link all’ Agenzia Italiana del farmaco: https://www.aifa.gov.it/