Armine Harutyunyan, la solita polemica all’italiana

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Il caso della modella armena e di chi ancora non riesce ad uscire dal proprio orticello, tra pregiudizi ed odio

Photo Credit: @deararmine

Definire in maniera univoca la bellezza, e le espressioni attraverso le quali si manifesta, non è affatto facile. Probabilmente è addirittura impossibile, visto che ogni epoca e ogni cultura hanno interpretato e coniugato il concetto in maniera diversa, rendendo assai complicato estrapolare dei parametri universali su cui basare il giudizio. Ogni volta che ha avuto a che fare con l’immagine femminile, questo è mutato a seconda del periodo storico e dello standard che, in una data epoca, ha avuto più successo per una miriade di ragioni diverse.

Ciò che viene considerato bello oggi, può apparire come un semplice prodotto del clima culturale di un’epoca e, in quanto tale, liquidato al pari di una semplice curiosità o di una testimonianza del gusto del tempo.

Tutti noi siamo convinti di saper distinguere il “bello” dalla mediocrità e dalla bruttezza.

La bellezza, però, si rivela sempre essere un concetto sfuggente e arduo da interpretare. Non è mai esistito un modello di bellezza, immune agli effetti del tempo e dei mutamenti sociali, simbolici ed estetici.

Perchè nasce la polemica?

Mai avrebbe potuto immaginare di finire nell’occhio del ciclone Armine Harutyunyan. La 23enne è da giorni tra gli argomenti di tendenza dei salotti social e non, delle case degli italiani, con grande stupore di tutto il resto d’Europa che non tanto comprende quanto le nostre menti siano così facilmente distraibili dalle tematiche importanti: facciamo ancora fatica a capire se questa cosa sia un bene o un male, molto probabilmente la seconda.

Ma chi è Armine Harutyunyan?

È una giovane modella armena, arruolata lo scorso anno da Gucci per la Milano Fashion Week. La sua colpa? Essere stata inserita in una presunta lista che annoverava le 100 donne più belle del mondo. Tanto è bastato per far scatenare l’esercito degli odiatori da poltrona, che armati del loro amato smartphone e del loro mai domo odio, si sono dati un bel po’ da fare in queste 48 ore.

Il mondo della moda è cambiato

L’idea che purtroppo molte persone hanno del mondo della moda è decisamente fuori dal tempo, ancora legata all’immaginario delle top model degli anni Novanta e dell’inizio dei Duemila. Verso la fine degli anni Ottanta gli stilisti, convinti che la moda dovesse rappresentare in primo luogo uno status symbol, cominciarono a scegliere modelle sempre più riconoscibili, legandole al proprio marchio.

Il tradizionale rapporto tra modella e vestito, rappresentato dal fatto che l’indossatrice dovesse scomparire dietro l’abito in quanto “manichino”, si rovesciò portando la modella a diventare la vera protagonista delle sfilate.

Era importante che la modella incarnasse quasi una deità irraggiungibile, che fosse formosa il giusto e sessualmente desiderabile.

Per questo oggi facciamo fatica ad accettare come Gucci abbia scelto di lasciare che Armine Harutyunyan possa sfilare con i propri abiti. Facciamo fatica a sfatare miti e credenze di epoche che non ci appartengono più, di canoni rimasti glissati chissà per quale motivo in un immaginario collettivo, dal quale si fa fatica a dissociarsi.

Non si deve discutere se Armine sia bella o brutta. Ci si deve soffermare piuttosto sul ruolo di Armine e se questo ruolo sia ben svolto e assecondato dalla sua immagine. Se Gucci ha scelto così, il problema non andrebbe proprio posto. Eppure è da anni che il mondo della moda ha scelto di sfidare i canoni estetici dilaganti: Shaun Ross, il modello albino;  Winnie Harlow, la prima modella affetta da vitiligine a calcare una passerella; Ashley Graham, tra le modelle curvy più famose. Tutte scelte improntate sull’esaltazione della diversità:

per aiutare ad abbattere tutti i muri che i pregiudizi, soprattutto quelli estetici, possono alzare.

Era davvero necessario tutto questo? NO.

La polemica in questione, si pone in maniera sbagliata dal principio.

Come la più classica delle storie italiane, il pubblico si è diviso in fazioni:
quelli che vogliono sfondare il velo di ipocrisia, dettato dalle condizioni del politicamente corretto;
quelli che vogliono invece a tutti i costi rivalutare il concetto di bellezza, asserendo che la modella in questione sia bellissima.

Più defilati, ma presenti come sempre, gli amici del complotto: quelli per cui una marchio come Gucci, tra i più importanti al mondo, ha bisogno di attirare attenzione creando polemica, attorno alla scelta di una modella che secondo i canoni estetici degli italiani non rispetta lo status quo di modella. Ciò che risulta più assurdo di tutta questa faccenda è, come al solito, la reazione del pubblico.

La premessa che va fatta è che tutto questo è figlio di una notizia non verificata: la lista delle 100 donne più belle del mondo non è stata realmente trovata.

La non verifica delle fonti è quanto di più avvilente ci sia per questa epoca, le cui tempistiche sono dettate dal metronomo dei social. Neanche il tempo di approfondire, capire, che si è già pronti a scatenare l’ondata di odio gratuito, di cui il bodyshaming ne è purtroppo una naturale conseguenza, dato che l’utilizzo del mezzo social non è altro che una trasposizione più violenta e giustificata di tutti gli atteggiamenti tossici che un essere umano può avere nella vita reale.

La tanto decantata filosofia della body positivity (di cui lo stesso settore della moda si è fatta carico in questi anni con campagne pubblicitarie accurate e scelte oculate su modelle/i con corpi che in qualche modo non rispettavano dei canoni comuni) è andato a farsi benedire in un amen, rinchiusa nel solito dimenticatoio ipocrita.

Il richiamo al rispetto del proprio corpo e di quello degli altri, lo stesso rispetto che è stato negato ad Armine.

Perché se è senz’altro lecito esprimere la propria opinione in merito, vista anche la natura prettamente estetica del settore moda, dall’altro è fondamentale utilizzare termini che non cadano nell’offesa personale.

Una sensibilità, un’empatia, che però in ben pochi hanno avuto, come spesso accade.

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