Gli anziani “non indispensabili”: il tweet della discordia

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Nella giornata di domenica 1° novembre sul profilo Twitter del presidente della regione Liguria Giovanni Toti appare un tweet decisamente poco apprezzabile, che definisce gli anziani come soggetti “non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”.
Al di là delle considerazioni etiche e morali in merito, come è possibile commentare questa affermazione?

Le scuse e le soluzioni secondo Toti

Il tweet citato ha scatenato, subito dopo la sua pubblicazione, una vera e propria bufera sui social.
Una folata di ingiurie si è abbattuta su Toti. Molte di esse riguardavano, oltre che il presidente stesso, la fazione politica da egli rappresentata.
Poche ore dopo il politico si è scusato per la forma del tweet precedentemente pubblicato, imputando l’errore al proprio social media manager.
Contestualmente ha sottolineato, però, di non fare marcia indietro per quanto riguarda il significato.

Secondo Toti, bisognerebbe elaborare strategie per proteggere le fasce più deboli, lasciando che a trainare il paese fuori dall’emergenza siano i più giovani, statisticamente meno soggetti alle complicazioni dovute al Covid-19. Potrebbe anche sembrare sensato.
Tuttavia, un simile pensiero, implica la sottovalutazione di alcuni problemi non così facilmente trascurabili.

Gli anziani hanno ruoli “non indispensabili”?

Il ruolo rivestito dagli anziani all’interno della nostra società è tutt’altro che marginale.
Non di rado, sono proprio loro a colmare le lacune del welfare state italiano, da sempre poco votato all’offerta di servizi.

In particolare, sono sovente gli anziani a fornire assistenza ai nuclei familiari dei propri figli o dei propri parenti piuttosto che il contrario.
Per esempio, in mancanza di adeguati supporti alle famiglie, non è raro che siano i nonni a badare ai bambini o ai ragazzi mentre i genitori lavorano.
Allo stesso modo, sono di frequente i familiari pensionati ad offrire un aiuto economico ai propri cari in momenti di difficoltà.
Da questo punto di vista, è possibile affermare con certezza che gli anziani sono trasversalmente indispensabili allo sforzo produttivo del Paese.
Senza il loro sostegno, molte famiglie non riuscirebbero ad affrontare le incombenze e gli impegni quotidiani, fra cui va annoverato anche il lavoro.

Curare l’altro

C’è ben poco da discutere: l’Italia è un paese “anziano”.
Secondo le ultime rilevazioni Istat, gli over 65 costituiscono il 23.2% dell’intera popolazione. L’età media si attesta a 45.7 anni e mostra un trend in crescita negli ultimi anni.
Per contrapposizione, invece, il tasso di natalità ed il numero medio di figli per ogni donna appaiono in lenta ma costante diminuzione.
L’indice di vecchiaia – che stima il grado di invecchiamento di una data popolazione – ha attualmente un valore di 178.4; indica, quindi, una massiccia presenza di anziani piuttosto che di giovanissimi.
Molti, inoltre, continuano a lavorare anche dopo i 65 anni.

Oltre le questioni economiche, bisogna ricordare che la grandezza di una nazione si misura proprio dalla sua capacità di porre attenzione ai più deboli, in qualsiasi modo si decida di farlo.
La cura degli altri è, come sostenuto anche dall’antropologa Margaret Mead, il primo segno di civiltà; non va mai dimenticato che l’altro potrebbe essere, al momento opportuno, chiunque di noi.
Una vita è una vita e in nessun caso ha un valore diverso, minore o maggiore che sia.