L’anno della fuga

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Almeno una volta nella vita, soprattutto in periodi stressanti, ci è capitato di pensare “adesso mollo tutto e scappo”.

Il motivo può essere uno dei più disparati: un lavoro che non ci soddisfa, l’assenza stessa di un’occupazione, un periodo buio, una relazione soffocante. Che sia l’obiettivo di tutta una vita o semplicemente una scappatoia qualora le cose andassero male, la fuga è un fattore determinante nella vita degli uomini già da tantissimi secoli. Di quelli che hanno coraggio, secondo alcuni, e dei codardi, secondo altri.

Mettendo per un attimo da parte le ragioni di tale atteggiamento primordiale, che affonda le radici in terreni sociologici, culturali e psicologici, molti autori hanno trattato il tema della fuga intesa come occasione di rinascita, di nuova vita. Tra gli altri, Arto Tapio Paasilinna.

Finlandese classe 1942, lo scrittore si fa conoscere dal pubblico italiano, da tempo apparentemente recalcitrante nei confronti della letteratura scandinava, durante la seconda metà degli anni Novanta grazie all’opera della casa editrice Iperborea. Con L’anno della lepre, considerato un cult book della letteratura finnica, Paasilinna – ex giornalista, poeta e guardaboschi – spalanca davanti agli occhi del lettore italiano un mondo fatto di panorami finlandesi stupefacenti e natura incontrastata. Lo fa raccontando la fuga, o il viaggio-fuga, di Vatanen, coetaneo dell’autore e anch’egli giornalista. 

Di ritorno verso casa a Helsinki, il protagonista viaggia in macchina con il fotografo con cui deve realizzare un servizio. Lo stress derivato dalla vita e dal lavoro è evidente, tensione e nervosismo si tagliano con il coltello come burro. Il conducente, già incollerito con Vatanen, viene distratto dalla luce del sole e quasi investe una lepre: riesce però a sterzare e la colpisce di striscio con il paraurti anteriore. I due si fermano a controllare e Vatanen, quasi rapito da un desiderio irrefrenabile, segue la lepre ferita nel bosco e non torna mai più. Abbandona lavoro, moglie, amici, tutto. Inizia così l’avventura di uno dei fuggiaschi più celebri della letteratura degli ultimi cinquant’anni: in compagnia della lepre, ormai sua compagna, Vatanen inaugura una nuova vita fatta di viaggi, incontri e lavori occasionali. Salverà persone da incendi, combatterà un corvo ladro, incontrerà un nuovo amore, si ubriacherà, ucciderà un orso e scavalcherà i confini con l’Unione Sovietica. Tutti avvenimenti che saranno utilizzati contro di lui e per cui verrà incriminato e incarcerato a Helsinki insieme alla lepre. 

La fuga di Vatanen avviene all’improvviso e la vita da quel momento trascorre con una semplicità a tratti sconvolgente: non un rimorso, non un dubbio. Anzi, ripensare alla sua vecchia vita, a sua moglie e al suo lavoro, gli fanno venir voglia di vomitare. Vatanen realizza quello che almeno una volta ognuno di noi ha bramato: la fuga dal mondo civile, impregnato troppo spesso di perbenismo e ipocrisia. Gli stessi crimini commessi da Vatanen riflettono le contraddizioni di un popolo come quello finlandese, spaccato a metà tra la necessità di essere osservanti delle regole e il bisogno di infrangere queste regole – soprattutto attraverso l’alcol –, ma anche un’altra contraddizione, una delle più ataviche e propria di quasi tutti i popoli della Terra: quella caratterizzata dal binomio uomo-animale. Ci si sente bestie civili, razionali e barbari allo stesso tempo, e a volte questa dicotomia ci costringe a non poterci realmente identificare: ci sentiamo pesci fuor d’acqua in un sistema fatto di regole e leggi che vanno contro natura e contemporaneamente non possiamo fare a meno di utilizzare sensibilità e razionalità, quelle facoltà che ci distinguono dalle bestie. 

Attraverso paradossi e dissacrazioni, Paasilinna ci pone davanti una questione: fuga sì, ma da cosa? Dalle convenzioni sociali? Dal lavoro? Dalle relazioni? Dagli obblighi etico-morali? Da noi stessi? Serve davvero fuggire o si rivela inutile, come nel caso del nostro protagonista, riportato a forza nel mondo civile e costretto ad affrontare le conseguenze delle sue azioni in carcere?

Forse la fuga di Vatanen e di ognuno di noi sta proprio qui, nella ricerca costante di un giusto mezzo e di una ragione che forse neanche esistono.

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