Alda Merini: quando la poesia ti salva

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Alda Merini, la poetessa italiana tra sofferenza e follia: la sua poesia ci racconta chi è stata

Oggi, 1 Novembre 2020, sono trascorsi esattamente 11 anni dalla morte della grande poetessa italiana Alda Merini, e noi non possiamo dimenticare la sua sensibile e sofferta personalità. A raccontarci i punti salienti della sua vita è proprio lei, con la sua poesia.

Alda Merini: sono nata il 21 a Primavera

Partiamo dalla sua nascita: Alda è nata il 21 Marzo del 1931 e ce lo comunica nel modo in cui sapeva esprimersi meglio: attraverso una poesia. Con quest’ultima, intitolata “Sono nata il 21 a Primavera“, la poetessa ci dà il permesso di accedere alla parte più intima e delicata della sua personalità: la sua follia.
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Attraverso questi versi impregnati di allegoria, Alda si chiede perché essere fuori dagli schemi (“aprire le zolle”) sia considerato un male, un segno di oscurità e non di luce, un segno di perdizione e non di vitalità.
Menziona, subito dopo, Proserpina, la dea della Primavera, che piange lacrime di dolore, ma anche di preghiera, di speranza, proprio quella che non ha mai smesso di inseguire nei suoi momenti di lucidità.

Ma Alda, donna cattolica, come lei stessa si definisce raccontandosi in un testo autobiografico alla giornalista Cristiana Ceci, ha visto però il demonio, nel manicomio dove la rinchiusero quando aveva solo 16 anni, perché le diagnosticarono un disturbo bipolare. E ci tornerà molte volte in quel luogo “in cui si va per imparare a morire“, dice, subendo un totale di 46 elettroshock, e le sue poesie sono testimoni di quei solchi dolorosi procurati alla sua mente instabile.

La salvezza della poesia

Esperienze che la segnano a tal punto da smettere di scrivere per vent’anni, forse perché le immagini che la torturavano erano troppe e stava ormai sprofondando nei ricordi taglienti. Ma, uscita dal manicomio, la poesia è tornata a salvarla, proprio quella compagna che aveva cominciato ad esserle fedele all’età di soli 15 anni.

La nostra poetessa ha vissuto anche i bombardamenti di Milano nel 1943, quando era ancora molto piccola, ma non tanto da aiutare la sua famiglia a superare le molteplici difficoltà economiche, invece di andare a scuola. È diventata mamma giovanissima, senza mai avere il permesso di crescere le sue figlie, a causa dello stato mentale in cui si trovava.
Ha avuto anche diversi amori, alcuni che l’hanno segnata a tal punto da farla tornare in manicomio.

Una poesia vera e l’amore per la vita

Alda Merini è stata il risultato di ciò che la vita aveva riservato per lei e, allo stesso modo, la sua poesia è nuda, vera, turbata, non di evasione, perché le sue parole sono sempre state dettate dal vissuto di un’anima e arrivano a noi come una bussola, per orientarci tra le sue sofferenze e tra le sue speranze.

Nonostante la sua storia inquieta, Alda non ha mai odiato la vita. L’ha amata, al contrario, perché da essa è stata allenata a sopravvivere alle torture più crude uscendone sempre segnata, ma viva. La mente le traboccava di traumi, è vero, ma ha sempre trasformato il suo vissuto in versi squisitamente veri. Lei stessa ci dice:

Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno.
Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara.

Per tutta la sua vita la poetessa si è definita folle, e noi sappiamo quanto la follia si sposi perfettamente con la genialità poetica. Lei ci ha detto che “anche la follia merita i suoi applausi”, e noi, Alda, non ti dimenticheremo mai.

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