45º anniversario morte di Pier Paolo Pasolini

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45º anniversario morte Pasolini. Lo ricordiamo con le sue stesse parole:

“Siate ostinati, eternamente contrari. Siate voi stessi.”

Poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo ed editorialista italiano. Fu uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo.

Fu ucciso oggi, il 2 novembre 1975, 45º anniversario morte Pasolini

Viene trovato morto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia.
Fu colpito ripetutamente e poi schiacciato dalla sua stessa auto, che gli ruppe la gabbia toracica.
Alle 6.30 del mattino, una donna scopre il suo corpo privo di vita.
Pino Pelosi, 17 anni, fu condannato come unico responsabile.
Già noto come ladruncolo e “ragazzo di vita”, quegli stessi ragazzi che si prostituivano e di cui Pasolini scrisse nel suo romanzo più famoso.
Negli anni a seguire, i giornalisti e la stessa Fallaci, mossero l’ipotesi che non fosse solo.
Pasolini aveva molte persone che lo avrebbero voluto morto e per i più disparati motivi. Per quello che denunciava, per il coraggio di essere se stesso.
Una morte mai spiegata bene, non senza intoppi, come quelli della vita difficile e mai scontata. Un’esistenza in cui vi fu spazio anche per crearsi la propria fuga da questo mondo: la propria morte incespicata nei rami degli alberi altrui.

Divoratore della vita: 45º anniversario morte Pasolini



Nel 45º anniversario morte di Pasolini l’omicidio, seppur spiegato da mille interpretazioni, resterà per sempre irrisolto. Lui che la morte l’aveva già vista nel suo immaginario, quasi programmata, ne sarà compiaciuto?

Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile.

Amava la vita, quella di cui racconta, quella forse troppo dura per quei giovani ragazzi, ingiusta quasi. Come l’amava il Riccetto, che aveva salvato un uccellino in fin di vita, mentre gli altri non se ne erano neanche accorti, così Pier Paolo aveva visto il buio e lo aveva amato portandolo alla luce. Forse l’amava fin troppo, quella vita bisognosa di una luce nuova.
Il suo coraggio di strapparla dall’oscurità e presentarla nei suoi aspetti più sensibili.

Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu.» (O. Fallaci)

Dalla lettera di Oriana Fallaci per Pasolini, riemergono sprazzi di vita, di legami, di cene, di riflessioni e di vino, vita di lotte contro la stessa, arrivando brutalmente alla fine di essa.

“Lasciarti dopocena, invece, era uno strazio. Perché sapevamo dove andavi, ogni volta. E, ogni volta, era come vederti correre a un appuntamento con la morte”.

“Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: – ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!-. Avrei voluto gridarti che non ne avevi il diritto, perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua sete di salvezza e basta”.

“Ti maledicevo”

“E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: -che uomo coraggioso!-
Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisogna avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni”.

“Ci venni decisa a vederti, risponderti a voce su ciò che mi avevi scritto.
Era un venerdì. E Panagulis ti telefonò a casa, ma alla terza cifra, si inseriva una voce che scandiva: -attenzione-. A causa del sabotaggio avvenuto nei giorni scorsi alla centrale dell’Eur, il servizio dei numeri che incominciano con il 59 è temporaneamente sospeso”. L’indomani accadde lo stesso

“Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera, ma ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina. Per domenica avevamo dato appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza Navona: prendiamo un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso le dieci ti telefonammo di nuovo. Ma, di nuovo, si inserì quella voce che scandiva: attenzione, a causa del sabotaggio il numero non funziona. E a piazza Navona andammo senza di te”.

Era una bella giornata, una giornata piena di sole

Seduti al bar Tre Scalini, ci mettemmo a parlare di Franco (Francisco Franco, il dittatore spagnolo, ndr) che non muore mai e io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai.
Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: “hanno ammazzato Pasolini”. Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: “chi? Hanno ammazzato chi?” Il ragazzo: “Pasolini”. Poi io, assurdamente: “Pasolini chi?” E il ragazzo: “Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo”.

E Panagulis disse: “Non è vero”. E Miriam Mafai disse: “è uno scherzo”.
Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. “È vero. L’hanno ammazzato davvero”. In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi e la gente rideva. “L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte”, aggiunse Miriam.

Qualcuno rise più forte, perché il giullare ora agitava il piffero e cantava una canzone assurda. Cantava: “L’amore è morto, virgola, l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto!” Non andammo a mangiare. Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china, io e Panagulis ci mettemmo a camminare senza sapere dove.

Pasolini ammazzato!

“In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Entrammo seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: “ma è vero?
È vero?” E la padrona del bar chiese: “vero cosa?”. E il giovanotto rispose: “di Pasolini. Pasolini ammazzato”. E la padrona del bar gridò: “Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!”

Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi (conduttore del telegiornale Rai, ndr) e dette la notizia ufficiale.
Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo.
Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo.
Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?”

«E io ritardatario sulla morte, in anticipo sulla vita vera, bevo l’incubo della luce come un vino smagliante.» (Pasolini)

La lettera che Pier Paolo non lesse mai

Ricorre il 45º anniversario morte Pasolini. A quarantacinque anni dalla sua morte, Pasolini non è ancora andato via. Vive attraverso le parole che ha lasciato qui. Non ci invita ad essere noi stessi, ce lo impone e lo fa in una maniera unica. Dobbiamo pretendere di essere noi stessi, andando contro ciò che non ci somiglia, contro quello che vogliono farci credere sia giusto.
Ribelliamoci, non con la scelleratezza, che oggi sembra l’unico modo per ottenere, ma semplicemente essendo noi stessi.
Ce l’ha detto tanti anni fa, ma abbiamo ancora bisogno di sentirlo; allora noi oggi ve lo ricordiamo così.

«Contro tutto questo voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.»

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