25 aprile 1945: le storie di chi Resiste

25-aprile-1945

Il giorno della parola Libertà: 25 aprile 1945

Quel giorno finalmente la parola libertà poté essere urlata a pieni polmoni, era il 25 aprile 1945.

Incollati alle barricate alcuni di noi morivano d’attesa
Incollati alle barricate alcuni di noi vivevano d’attesa
Poi spuntò l’alba
Ed era il 25 aprile.

Giuseppe Colzani, partigiano.


Una libertà che non è stata concessa, ma conquistata. Uomini e donne hanno trovato nelle loro braccia la forza di combattere, nelle loro mani, strette l’uno all’altro, la voglia di farlo assieme, nelle loro menti il sogno di un’Italia in pace.
Resistenza è orgoglio, ma anche memoria.
Per questo a raccontarla saranno le voci di coloro che la Resistenza l’hanno fatta.
Storie di addii, di riconciliazioni, di morte e salvezza.
Fate tesoro di queste storie. Rileggetele, ascoltatele, tramandatele.
Perché chi ignora il passato non oppone Resistenza.

La storia d’amore di Cicci e del Tenente Giorgio

Questa è la storia di Giorgio, per tutti Il Tenente Giorgio, e di Marialucia, per tutti Cicci.
Entrambi erano due spiriti ribelli. Si sono sentiti partigiani fin da subito. Cicci era solo una bambina quando si rifiutò dinanzi alla sua maestra di fare la capomanipolo della classe. Giorgio invece era un partigiano, proveniente da una famiglia fascista.
Tra loro un colpo di fulmine. Sarebbe stato così semplice amarsi.
Dopo tre giorni scoppiò la guerra.
Il loro amore nasce tra atmosfere fosche e continue fughe. Il loro amore sboccia sotto il segno della Resistenza.
Insieme hanno salvato vite umane tra cui quelle di 15 bambini ebrei.
Cicci racconta delle continue fughe, della logistica dei loro interventi, dei lunghi mesi lontani. Per loro bastava qualche lettera e qualche fortunata telefonata per sentirsi ancora vicini.
Fin quando una soffiata mette in pericolo Giorgio e i suoi compagni di brigata.

‘’Cara Cicci, stasera sarò fucilato. Non piangere troppo per me perché saprò morire da soldato. In montagna ho sognato tanto la vita che avremmo dovuto avere, il destino non lo ha voluto e si vede che era giusto così. Ricordati che ti ho voluto tanto bene. Ti abbraccio’’

A Giorgio fu concessa la salvezza, l’operato di suo padre nell’esercito tedesco gli assicurò un lasciapassare alla morte.
Ma aveva ragione, sarebbe stato in grado di morire da soldato.
Voltandosi verso i suoi compagni poco prima della fucilazione, urlò “Ohi ragazzi non vi abbandono. Fuoco!”

Ogni 21 novembre la cappella di Giorgio si colora del bianco etereo dei ciclamini, il fiore del loro amore.

La storia dell’eccidio di Piazza caduti

12 settembre 1943.
Domenica, ore 9:00. In una città ancora deserta e impaurita da una guerra senza precedenti: Barletta.
Quella mattina, su trenta solo undici vigili erano in servizio, assieme a due netturbini. Era chiaro, ci sarebbe stata una fucilazione.
L’aggressione del giorno precedente a danno dei tedeschi non poteva non lasciare una scia di sangue.
Quella mattina furono interrogati. Bisogna cercare il colpevole. Ma non ci furono risposte. Un silenzio di lealtà che sarebbe presto costato caro.
Uno sparo.

Da una delle finestre sovrastanti la piazza, il colpo di un cecchino colpì alla mano l’ufficiale tedesco. Con brevi e secchi ordini, in preda ad un lancinante dolore, l’ufficiale ordinò che tutti i vigili e i due netturbini fossero addossati al muro delle Regie Poste.
Dieci italiani per un tedesco. La regola era sempre stata molto chiara.
Fu questioni di pochi attimi. Senza che neppure se ne rendessero conto, i tredici furono fotografati e subito dopo crivellati e colpiti a morte. Le tre mitragliatrici a cavalletto spararono colpi in rapida successione.
Tredici corpi giacevano sanguinanti, ammucchiati l’uno sull’altro.

Dopo il trambusto rumoroso delle pallottole ci fu un silenzio irreale.
A romperlo furono i lamenti che si levarono dal mucchio dei cadaveri. Nessuno osò avvicinarsi.
Poco più tardi, due donne di passaggio – Addolorata e Lucia – sentirono quelle implorazioni. Si avvicinarono ai corpi esami e prestarono soccorso all’unico scampato alla strage: Francesco Paolo Falconetti

La lettera d’addio al partigiano Gin

Mio caro S, scrivo male perché appoggio la carta sulle ginocchia dal rifugio dove per ora è la nostra dimora. Ma spero sia forse per pochi giorni e poi sono certa tornerà quella pace che ne abbiamo bisogno per non più lasciarci dopo tante sofferenze godere un meritato sollievo. Abbiamo passato dei momenti tristi ma spero siano gli ultimi.
Mi chiedi lo zaino ma non l’ho trovato. La casa è tutta sotto sopra […]
Ti ricordiamo tutti con tanto affetto
Mamma tua.


Una lettera d’amore che diventò presto una lettera d’addio.
Clelia era una partigiana ed era la madre di Sergio, 19 anni. Partigiano per scelta. Precisamente il partigiano Gin.
Quella lettera di speranza fu scritta poco prima che Clelia fosse arrestata, a causa di una spia che denunciò la sua attività da partigiana.
Sono certa che verrà presto il giorno che ti rivedrò. Non sarà purtroppo così. Clelia, torturata per giorni si ritrovò ben presto dinanzi ad un plotone di esecuzione, al quale chiederà con coraggio ‘Ma una madre non l’avete?’
Parole che colpirono più di venti pallottole tanto che il plotone di esecuzione si rifiutò di sparare.
Clelia fu giustiziata ugualmente da un tenente delle Brigate nere. La sua ultima frase, fu proprio “Sergio, vendicami!”

La notizia arrivò ben presto al distaccamento in cui si trovava Gin. Ricorda ancora il silenzio disarmante con cui i suoi compagni lo abbracciavano. Un silenzio, dice, che valeva più delle parole.
In quel momento, Gin capì cosa significasse continuare a combattere per raggiungere quel sogno e quell’illusione: vivere in pace. Come sua madre.

Lettere d’amore in bicicletta

Essere partigiano significava anche privazione. Francesco lo sapeva bene. Comunicava con sua moglie grazie ad una bicicletta.
Un giovane ragazzo, una specie di messaggero, con la sua bicicletta recapitava le sue lettere che venivano attentamente nascoste sotto al sellino.
Quei messaggi d’amore percorrevano boschi, strade dissestate, superavano i posti di blocco e la morte.
A Francesco le parole non bastavano più e un giorno decise di voler rivedere la sua Sara.
Era quasi arrivato a destinazione ma d’un tratto vide arrivare una pattuglia di tedeschi. Prontamente si gettò nello stagno per nascondersi. Resto lì tre interminabili ore grazie ad una canna di bambù che gli permetteva di respirare.
Al freddo, impaurito, in semi apnea, convinto però che guardando la sua Sara avrebbe finalmente respirato a pieni polmoni.

La storia di Lilia

Marisa Ombra, scrittrice, fondatrice del movimento femminista in Italia, è soprattutto la partigiana Lilia.
Un nome che le è sempre stato antipatico.  Era troppo romantico per chi, come lei, si è sempre definita estremamente realista.
Ha combattuto nelle brigate garibaldine nelle Langhe. Lilia era una staffetta.

Il suo compito era Camminare. E Lilia ha camminato per 80 km. Giorno e notte.
Essere staffetta voleva dire accompagnare una brigata, riunire un distaccamento disperso da un rastrellamento, attraversare i posti di blocco con una rivoltella nascosta nel seno, nascondere armi sotto un cesto di frutta e verdura.

Racconta ancora di come i nazisti facevano paura, erano come robot di legno. Arrivavano in doppia fila con cani pronti ad aggredire. I loro latrati, spiega, sono stati la colonna sonora della sua Resistenza. Erano brutali. Lasciavano lì i cadaveri dei partigiani per tre giorni dopo averli uccisi per dimostrare che cosa sarebbe successo se si fosse data una mano alla resistenza.
Aveva solo 18 anni ma tutto intorno a lei dimostrava che combatteva dalla parte giusta.
La scelta giusta non poteva che essere quella.

Racconta che morire e sopravvivere dipendevano da un nulla, dal caso.
Suo padre, ad esempio, ha scampato la morte dopo una perquisizione solo perché casualmente si trovava dietro la porta che i tedeschi avevano appena spalancato e furono tanto stupidi da non guardarci dietro.  

La guerra, però, ha insegnato a Lilia e a tante donne come lei ad avere coraggio.
Lilia racconta che, grazie alla Resistenza, erano finalmente libere di essere qualsiasi cosa.

25 aprile 1945: Finalmente liberi

Quel giorno, il 25 aprile 1945 ho aperto tutte le finestre. Erano 5 anni che vivevamo con le finestre tappate per paura dei bombardamenti e per me la Liberazione è stata l’aria. Avevo bisogno di aria e di libertà.
Giacomina Castagnetti lo ricorda così il 25 aprile 1945, con l’aria che entrava finalmente in casa dalle finestre e un un ragazzo tedesco che si è presentato a casa sua.
“Chiedeva solo dell’acqua. Il giorno prima era un nemico, ma in quel momento sentivamo che la guerra era finita e non provavo odio”.